Luca Zaia difende la parola femminicidio e attacca chi vuole cancellarla dal linguaggio civile e politico.
Luca Zaia interviene con parole durissime contro chi nega il femminicidio o propone di cancellare questa definizione dal linguaggio pubblico. L’ex presidente del Veneto, esponente della Lega, ha preso posizione nel pieno del confronto politico nato dopo le dichiarazioni di Roberto Vannacci, che alla costituente di Futuro nazionale aveva sostenuto che “il femminicidio non esiste come categoria distinta”. Senza citarlo direttamente, Zaia ha risposto con un messaggio netto, rivolto alle istituzioni e a chi tenta di ridurre il fenomeno a un omicidio qualsiasi.
Zaia difende il femminicidio: “Cancellarla significa rimuovere il problema”
Il punto centrale dell’intervento di Luca Zaia riguarda il valore della parola femminicidio. Per l’esponente leghista, non si tratta di una formula ideologica, ma di un termine nato per indicare una realtà precisa: donne uccise in contesti segnati da possesso, controllo, sopraffazione e rifiuto della loro libertà.
“Chi nega il femminicidio, o vorrebbe cancellare questa parola dal nostro linguaggio civile, abbia almeno il coraggio di andare davanti ai familiari delle vittime, davanti ai loro figli, magari ancora bambini, e dire loro che tutto questo non esiste. Li guardi negli occhi e provi a spiegare che la morte della loro madre, uccisa perché donna, sarebbe solo un fatto di cronaca come un altro”.
La frase di Zaia punta direttamente al cuore della polemica: negare il femminicidio, secondo l’ex presidente del Veneto, significa negare anche il dolore delle famiglie e la specificità di delitti che maturano spesso dentro relazioni malate, dominate dal controllo e dalla violenza.
“Il femminicidio è una parola nata per descrivere una realtà precisa: donne uccise dentro relazioni segnate dal possesso, dal controllo, dalla sopraffazione, dall’incapacità di accettare la loro libertà. Cancellarla non significa fare chiarezza: significa rimuovere il problema, annacquarlo, renderlo invisibile. È una vergogna che ci siano alcuni uomini, anche con ambizioni politiche nazionali, che avanzino una simile proposta. Mi vergogno profondamente per chi pensa che negare il femminicidio sia una battaglia culturale. La vera battaglia culturale è impedire che altre donne vengano uccise”.
Vannacci nel mirino dopo le parole su donne e omicidi
Le dichiarazioni di Zaia arrivano dopo le parole pronunciate da Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale, secondo cui il femminicidio non avrebbe una categoria autonoma rispetto agli altri omicidi. Una posizione che ha provocato reazioni forti anche fuori dal campo progressista, proprio perché tocca un tema che attraversa famiglie, tribunali, centri antiviolenza e istituzioni.
La presa di posizione dell’esponente leghista assume un peso politico particolare perché arriva da destra e da un dirigente che conosce il linguaggio delle istituzioni. Zaia non trasforma il tema in uno scontro di schieramento, ma richiama un principio: davanti alla violenza contro le donne non possono esserci ambiguità.
“Davanti a tutto questo le istituzioni regionali, ma anche quelle nazionali, hanno il dovere di stare dalla parte giusta, senza ambiguità e senza arretrare”.
Il messaggio è rivolto alla politica nel suo insieme. Non basta condannare i singoli episodi dopo che sono avvenuti: per Zaia, riconoscere il femminicidio significa anche nominare correttamente ciò che accade, senza attenuare il significato sociale e culturale di questi delitti.
La parola diventa una scelta politica e istituzionale
Il confronto si inserisce nella discussione parlamentare legata al report dell’Osservatorio sulla violenza di genere. In questo contesto, le parole di Luca Zaia acquistano un valore ulteriore perché riportano il tema sul piano della responsabilità pubblica.
Cancellare una parola, sostiene l’ex presidente del Veneto, non rende più chiaro il problema: lo rende meno visibile. Il femminicidio non è una definizione accessoria, ma uno strumento per riconoscere una forma specifica di violenza, quella che colpisce le donne in quanto donne, spesso dentro rapporti segnati da dominio e possesso.
