Vittorio Feltri parla della malattia di Clemente Mastella e invita chi ha un cancro a non vergognarsi e a dirlo ai familiari.
Vittorio Feltri affronta il tema della malattia, del cancro e del rapporto con la paura partendo dalle parole pronunciate da Clemente Mastella davanti alla Madonna delle Grazie. L’ex ministro e sindaco di Benevento ha scelto di raccontare pubblicamente di essere malato, commuovendosi in chiesa e chiedendo preghiere. Da quell’episodio, Feltri costruisce una riflessione dura e umana sul silenzio, sulla dignità e sulla necessità di non vivere la malattia come una vergogna.
Vittorio Feltri e il cancro, la lezione dopo le parole di Mastella
Per Vittorio Feltri, la scelta di Clemente Mastella non è stata un gesto politico, ma un atto umano. “Clemente Mastella ha fatto una cosa semplice e tremenda: ha detto in pubblico di essere malato. Lo ha detto in chiesa, davanti alla Madonna delle Grazie, con la voce che gli si rompeva. Non ha recitato l’eroe né la vittima. Ha detto: anch’io sono malato e spero di farcela”.
Il giornalista sottolinea la forza di quelle parole, definite “povere, dunque vere”, e osserva come la malattia abbia spostato per un momento il rapporto tra avversari e alleati fuori dal terreno dello scontro. Dopo l’annuncio, infatti, Mastella ha ricevuto strette di mano, messaggi e attestati di vicinanza anche da persone con cui aveva avuto contrasti politici durissimi.
“E lì si è capito che la politica non è tutto. Conta di più una mano che cerca la tua, magari dopo anni di litigi”, scrive Feltri, ricordando anche un vecchio attacco rivolto proprio a Mastella trentadue anni fa, quando lo definì “il primo ministro del Lavoro (governo Berlusconi) che non aveva mai lavorato”. Una battuta feroce che oggi lo stesso Feltri riconosce come ingiusta, ricordando che Mastella era stato giornalista Rai, insegnante e uomo capace di non trasformare ogni offesa in vendetta.
La paura degli sguardi pietosi e il diritto dei figli di sapere
Il cuore della riflessione riguarda chi scopre di avere un cancro e teme di parlarne in famiglia. Feltri comprende la paura degli sguardi pietosi, ma distingue la riservatezza dall’isolamento. “La pietà, quando diventa smorfia, è insopportabile. Si appiccica addosso come una vestaglia da infermo e ti toglie prima la dignità che la salute. Però tacere non sempre difende. A volte isola”.
Il giornalista si rivolge a chi vorrebbe nascondere la diagnosi per non pesare sui figli, soprattutto se già attraversati da problemi personali. Ma la risposta è netta: “Lei dice: i miei figli hanno problemi più seri. Mi permetta: più seri del padre che ha un cancro? Forse loro hanno il diritto, e anche il dovere, di saperlo. Non per piangere a comando, ma per starle accanto da persone adulte”.
Feltri richiama anche la propria esperienza personale, spiegando di non aver subito trasformato la malattia in un annuncio pubblico. “Quando mi capitò di scoprire un tumore, non convocai trombettieri. Per un po’ non dissi niente a nessuno, tornai a lavorare come se nulla fosse, con la mia abituale grazia da cinghiale”.
Poi cita il dialogo con Fedez, anche lui colpito dalla malattia: “Poi, parlando a Fedez, giovane e malato, dissi ciò che pensavo: hai il cancro, e allora? Non è mica una malattia venerea”. Per Feltri, il punto non era ostentare forza, ma sottrarre il male al silenzio e alla vergogna.
Il consiglio di Feltri: parlare, curarsi e continuare a vivere
Nel passaggio sulla preghiera, Feltri riconosce il valore del gesto compiuto da Mastella, che ha chiesto agli altri di pregare per lui. “Io non sono un chierichetto, e a questo punto temo sia tardi per diventarlo credibilmente. Però se qualcuno prega per me, non mi dispiace. Se lo fa in latino, meglio ancora”.
Il tema della morte viene affrontato senza frasi consolatorie. “La morte non è uno scherzo. Non mi fa venire paura in sé, mi provoca soprattutto stupore”, scrive Feltri, interrogandosi sul destino di tutto ciò che compone una vita: affetti, rancori, lavoro, errori, perdoni.
Il consiglio finale è diretto: parlare con i propri cari, senza solennità e senza trasformare la malattia in una cerimonia domestica. “Il mio consiglio è questo: lo dica. Non con solennità funebre, non convocando il sinedrio domestico, non pretendendo lacrime né vietandole. Lo dica come si dice una cosa vera: ho un cancro, mi curo, ho paura, ma sono ancora io”.
Per Vittorio Feltri, la malattia non deve diventare una colpa né una vergogna. “Le lacrime di chi ci ama non sono una condanna, sono una forma liquida di fedeltà. Non si vergogni. La vergogna lasciamola ai mascalzoni e ai vigliacchi. Lei ha un cancro, non una colpa. Lo dica, e poi continui a vivere, possibilmente litigando con la sfiga. Finché si litiga, si è vivi”.
