Va dal medico per una macchia, il tumore sfugge agli esami: muore e l’ospedale viene condannato a pagare 320mila euro alle figlie

Una diagnosi tardiva di tumore al colon avrebbe peggiorato le condizioni della paziente: il Tribunale di Parma dispone il risarcimento.

Era entrata in ospedale per accertare la natura di una macchia sulla pelle. Da quella visita sarebbero partiti diversi esami, tra cui una Tac e un’ecografia addominale, ma nessuno avrebbe individuato il tumore al colon che due anni dopo l’avrebbe portata alla morte.

A distanza di anni, il Tribunale di Parma ha riconosciuto la responsabilità della struttura sanitaria e ha disposto un risarcimento complessivo di circa 320mila euro in favore delle tre figlie della donna. La somma comprende i danni riconosciuti, le spese legali e gli interessi maturati.

Al centro della sentenza c’è un ritardo diagnostico di cinque mesi. Secondo quanto ricostruito nel giudizio, la malattia avrebbe potuto essere individuata già nel febbraio 2009, mentre la diagnosi arrivò soltanto il 31 luglio dello stesso anno.

Tumore al colon, il ritardo diagnostico riconosciuto dal Tribunale

La vicenda risale al febbraio 2009, quando la paziente si rivolse a una struttura sanitaria della provincia di Parma per sottoporsi ad alcuni controlli. Il motivo iniziale era un’alterazione cutanea, ma nel corso degli accertamenti vennero eseguiti anche esami più approfonditi.

Secondo la sentenza firmata dal giudice Marco Vittoria, le immagini e i referti disponibili avrebbero consentito di individuare prima la neoplasia. In particolare, l’attenzione si è concentrata su una Pet che non sarebbe stata approfondita in maniera adeguata dal personale medico.

La donna ricevette la diagnosi di tumore al colon soltanto cinque mesi dopo. Un intervallo che, secondo i consulenti nominati dal Tribunale, avrebbe inciso in modo significativo sulle possibilità di affrontare la malattia in condizioni cliniche migliori.

La paziente morì nel 2011. Dopo il decesso, le figlie avviarono l’azione giudiziaria per accertare se il percorso diagnostico fosse stato corretto e se eventuali omissioni avessero aggravato il quadro sanitario della madre.

La possibilità di un intervento chirurgico meno rischioso

Il nodo principale del processo riguardava le conseguenze concrete della diagnosi tardiva. I giudici dovevano stabilire se scoprire il tumore cinque mesi prima avrebbe aumentato le probabilità di sopravvivenza della donna.

Su questo punto, i periti non hanno fornito una risposta definitiva. Non è stato quindi accertato con certezza che una diagnosi anticipata avrebbe evitato la morte della paziente.

Le consulenze hanno però evidenziato un altro elemento ritenuto decisivo. Se la neoplasia fosse stata individuata nel febbraio 2009, la donna avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico in condizioni ancora accettabili e con un livello di rischio più contenuto.

Il ritardo avrebbe invece determinato una progressione della malattia e un peggioramento delle condizioni generali. La paziente avrebbe quindi affrontato il percorso terapeutico con maggiori difficoltà e con una qualità della vita sensibilmente compromessa.

Per il Tribunale, questa perdita di possibilità e il peggioramento delle condizioni rappresentano un danno direttamente collegato alla condotta sanitaria.

Il risarcimento da 320mila euro alle tre figlie

La sentenza ha qualificato il comportamento del personale sanitario come un’omissione colposa e non giustificabile. I medici avrebbero dovuto approfondire gli elementi emersi dagli esami, evitando che la diagnosi venisse rinviata di diversi mesi.

La struttura sanitaria è stata quindi condannata a corrispondere alle tre figlie della donna una cifra complessiva di circa 320mila euro. L’importo comprende il risarcimento del danno, gli interessi e le spese sostenute per il procedimento giudiziario.

La decisione non afferma che una diagnosi tempestiva avrebbe certamente salvato la paziente. Stabilisce però che il ritardo le avrebbe impedito di affrontare la malattia in una fase meno avanzata e con maggiori possibilità terapeutiche.

Il caso riguarda fatti avvenuti tra il 2009 e il 2011, ma la sentenza è arrivata dopo un lungo percorso processuale.

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