Mario Roggero avrebbe reagito sotto una minaccia estrema e condizionato dai precedenti furti: Claudio Mencacci analizza i meccanismi mentali del pericolo.
Cosa accade nella mente di una persona quando si trova improvvisamente davanti a una minaccia? È la domanda che accompagna il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato dopo aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo durante l’assalto alla sua attività. Al di là delle valutazioni giudiziarie, affidate ai tribunali, il comportamento dell’uomo viene analizzato anche dal punto di vista psicologico e neurologico.
A spiegare i meccanismi che possono attivarsi in pochi istanti è Claudio Mencacci, medico psichiatra e presidente della Società italiana di Neuropsicofarmacologia. Secondo lo specialista, davanti a un pericolo grave il cervello può ridurre temporaneamente la capacità di ragionare in modo lucido, innescando prima una fase di blocco e successivamente una risposta intensa, talvolta sproporzionata rispetto alla minaccia effettiva.
Nel caso di Roggero, inoltre, avrebbe avuto un peso il fatto che il gioielliere fosse già stato vittima di precedenti episodi criminali. Il cervello, riconoscendo una situazione simile a quella già vissuta, può richiamare immediatamente il trauma e amplificare lo stato di allerta.
Mario Roggero e la reazione del cervello davanti alla minaccia
“Quando il cervello percepisce una minaccia grave, il sistema autonomo fa scattare delle risposte difensive. Prima con una riduzione della capacità decisionale per qualche attimo e con una sorta di paralisi, di congelamento. Poi con un’esplosione. E, capita, con una reazione anche eccessiva”.
La sequenza descritta da Mencacci è uno dei meccanismi studiati dalla psicotraumatologia. Di fronte a un pericolo improvviso, la persona può non essere in grado di valutare con precisione le conseguenze delle proprie azioni. La prima risposta può essere il cosiddetto congelamento, una fase brevissima durante la quale il corpo e la mente sembrano bloccarsi.
Subito dopo può subentrare una reazione difensiva molto più intensa. Non si tratta necessariamente di una scelta ragionata, ma di una risposta automatica del sistema nervoso, finalizzata alla sopravvivenza.
Alla domanda se il comportamento del gioielliere possa essere considerato comprensibile, lo psichiatra distingue la spiegazione psicologica dalla valutazione giuridica.
“È spiegabile, c’è un processo naturale, studiato dalla psicotraumatologia, che ricostruisce la sequenza mentale di quei secondi. Questi aspetti andranno considerati anche in sede di perizia psichiatrica”.
La spiegazione clinica, quindi, non coincide automaticamente con una giustificazione. Serve però a comprendere quali processi possano aver condizionato il comportamento dell’uomo nei momenti immediatamente successivi alla rapina.
Il ruolo dei precedenti furti e dell’amigdala
Non tutte le persone reagiscono nello stesso modo davanti a una minaccia. Secondo Mencacci, la differenza dipende anche dalle esperienze vissute in precedenza, dalla personalità e dalla memoria dei traumi.
“Perché subentra il nostro pregresso, il vissuto, che per ognuno di noi è diverso. Il gioielliere aveva già subito furti. Essere aggredito una seconda volta mette in moto un altro tipo di risposta rispetto alla prima. L’amigdala, una mandorla situata nella parte più profonda del cervello, riconosce che c’è una situazione simile a quella precedente e in un istante riattiva il passato. Per questo genera prima una specie di riduzione di capacità decisionale e poi una reazione intensa”.
L’amigdala svolge un ruolo centrale nella gestione della paura e nel riconoscimento delle situazioni percepite come pericolose. Quando individua un elemento già associato a un trauma, può attivare una risposta immediata ancora prima che la parte razionale del cervello riesca a elaborare pienamente ciò che sta accadendo.
Nel caso di Roggero, il ricordo delle precedenti aggressioni potrebbe aver determinato uno stato di ipervigilanza, rendendo la risposta più rapida e violenta.
“Sì, il vissuto non si dimentica. Per questo scatta un’ipervigilanza e perdiamo temporaneamente la capacità di una valutazione razionale. Il gioielliere sicuramente nella sua reazione è stato influenzato da una vittimizzazione e da uno stato di allerta”.
Perché il secondo trauma può provocare una risposta più forte
Una nuova esperienza violenta può produrre effetti più intensi rispetto alla prima, proprio perché il cervello riconosce immediatamente il pericolo e richiama le sensazioni già provate.
“Sì, è un passaggio connaturato, una reazione naturale. Facciamo il paragone con le allergie per rendere meglio l’idea”.
Lo psichiatra utilizza l’esempio di una reazione allergica per spiegare come il corpo possa rispondere con maggiore forza quando entra nuovamente in contatto con qualcosa già identificato come dannoso.
“Se uno è allergico a un frutto e lo mangia la prima volta, magari ha una reazione nulla o lieve. La reazione vera e conclamata, spesso violenta, si manifesta la seconda o la terza volta, quando il corpo riconosce la sostanza nociva”.
Lo stesso principio, secondo Mencacci, può essere applicato alle esperienze traumatiche. Una persona che ha già subito una rapina può reagire in modo più intenso davanti a un nuovo assalto, perché il cervello non affronta soltanto il pericolo presente, ma riattiva anche la paura accumulata in passato.
