Caso Roggero, “E’ un eroe, doveva stecchire anche il terzo”, bufera sul sindaco Mauro Giannini

Il sindaco di Pennabilli elogia Mario Roggero e paragona il suo gesto alla Resistenza: l’Anpi denuncia «parole d’odio intollerabili».

Il sindaco di Pennabilli, Mauro Giannini, ha provocato una nuova polemica politica dopo aver definito Mario Roggero «un eroe» e aver accostato la condotta del gioielliere condannato per l’uccisione di due rapinatori alle azioni compiute dai partigiani durante la Resistenza. Le parole del primo cittadino, pubblicate sui social, hanno provocato la dura reazione dell’Anpi di Rimini, che ha denunciato una «gravissima apologia della violenza» e un tentativo di colpire la memoria della lotta antifascista.

La presa di posizione di Giannini riguarda la vicenda giudiziaria di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato a 14 anni e 9 mesi di reclusione per il duplice omicidio di due uomini che avevano appena rapinato il suo negozio. Il caso ha diviso profondamente l’opinione pubblica, soprattutto per la dinamica successiva all’assalto e per il tema dei limiti della legittima difesa.

Nel suo intervento, il sindaco non si è limitato a esprimere solidarietà nei confronti del commerciante. Ha utilizzato parole particolarmente dure: «Non deve entrare in carcere ma al poligono di tiro, in quanto non è riuscito a stecchire anche il terzo delinquente».

Mario Roggero, il paragone di Mauro Giannini con i partigiani

A rendere ancora più pesante lo scontro è stato il riferimento diretto alla Resistenza. Giannini ha scritto che «anche i partigiani hanno sparato a coloro che si stavano allontanando, con la differenza che questi sono stati definiti eroi».

Il parallelismo ha spostato immediatamente la discussione dal terreno della sicurezza e della legittima difesa a quello della memoria storica. Il primo cittadino ha messo sullo stesso piano il comportamento del gioielliere dopo la rapina e le azioni condotte durante la lotta contro il nazifascismo, suscitando la netta opposizione dell’associazione dei partigiani.

La vicenda di Roggero continua a rappresentare uno dei casi più controversi nel confronto politico sulla sicurezza. Da una parte c’è chi considera la pena eccessiva, sottolineando le ripetute rapine subite dal commerciante e lo stato di paura maturato nel tempo. Dall’altra, le decisioni giudiziarie hanno distinto la reazione immediata a un’aggressione dall’inseguimento di persone ormai in fuga.

Le parole di Giannini, tuttavia, vanno oltre la critica alla sentenza. Il riferimento alla necessità di «stecchire» anche il terzo rapinatore attribuisce alla morte dei responsabili del colpo il valore di una risposta accettabile, trasformando il giudizio sul processo in un’esplicita esaltazione dell’uso delle armi.

La condanna dell’Anpi di Rimini

La replica dell’Anpi di Rimini è arrivata con una nota dai toni altrettanto netti. L’associazione ha definito quelle del sindaco «parole d’odio intollerabili» e ha condannato la «gravissima apologia della violenza» contenuta nel suo intervento.

L’Anpi ha inoltre respinto «ogni tentativo di infangare la Resistenza», ricordando la distanza storica e politica tra la lotta partigiana e l’uccisione di due rapinatori in fuga. Nella ricostruzione proposta dall’associazione, furono i nazifascisti a colpire alle spalle, organizzare rappresaglie e massacrare civili inermi.

La reazione non riguarda quindi soltanto il giudizio espresso su Mario Roggero, ma anche l’utilizzo della storia della Resistenza per giustificare una forma di giustizia privata. Per l’associazione, il paragone svuota il significato della lotta di Liberazione e altera il contesto nel quale agirono le formazioni partigiane.

L’episodio assume un peso ulteriore perché le dichiarazioni arrivano da un rappresentante delle istituzioni. Giannini, in qualità di sindaco, ricopre un ruolo pubblico e indossa la fascia tricolore nelle cerimonie ufficiali. Proprio questa posizione ha spinto l’Anpi a considerare particolarmente gravi le sue affermazioni.

La precedente polemica sulla camicia nera

Non è la prima volta che Mauro Giannini finisce al centro di uno scontro politico legato al fascismo e alla memoria storica. Il 2 giugno 2026, durante la cerimonia per la Festa della Repubblica a Rimini, il sindaco di Pennabilli si era presentato con la fascia tricolore sopra una camicia nera.

L’Anpi provinciale di Rimini aveva giudicato quella scelta incompatibile con una ricorrenza dedicata alla nascita della Repubblica democratica, definendo la camicia nera un simbolo storicamente e politicamente associato al fascismo. Alla cerimonia erano presenti il prefetto, autorità civili e militari e rappresentanti delle associazioni combattentistiche.

Giannini, vicino alle posizioni del generale Roberto Vannacci, aveva già dichiarato pubblicamente di «essere nato con la camicia nera e di volerci morire». Dopo la cerimonia del 2 giugno aveva respinto le accuse, sostenendo di considerarsi un repubblicano.

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