Vittorio Feltri: “Io sto con Israele, ma non voglio altri bambini morti”
Il giornalista riflette sul conflitto in Medio Oriente, combattuto non solo con le armi ma anche dentro le coscienze. “Non so cosa fare, ma so da che parte stare”
Il conflitto che divide le coscienze
«Parlo di me, ma so che accade a tanti». Così Vittorio Feltri apre la sua riflessione sul conflitto in Medio Oriente, ammettendo con disarmante onestà che dentro la sua coscienza si agitano sentimenti e giudizi in conflitto tra loro. Il dolore per i bambini scheletrici di Gaza, con il pancino gonfio e lo sguardo perso nel nulla, si mescola con la memoria delle atrocità del 7 ottobre 2023, quando i miliziani di Hamas massacrarono 1.300 israeliani a sangue freddo. Feltri scrive: «Le immagini di adesso, non di dieci minuti fa, schiacciano il petto». E davanti a quei camion di aiuti bloccati dai carri armati con la Stella di Davide, il suo giudizio si fa netto: «Qualcuno deve portare latte a quei bambini. Questo spettacolo deve finire. E la risposta su chi debba aprire i varchi si trasforma in un’accusa: Israele».
Sette ottobre e il giudizio morale
Ma subito dopo, lo scrittore rievoca i carnefici di Hamas su motorini e mongolfiere, le donne stuprate e sgozzate, i cani uccisi insieme ai padroni: «La volontà era quella della soluzione finale. Hitler mancò l’obiettivo, loro vogliono completarlo». E poi gli ostaggi trasformati in “pezzi di carne viva o morta”, i tunnel-città ancora intatti, il mercato nero in mano ai capi jihadisti: «Da dove arrivano farina e pesce? Dalla rapina dei soccorsi». Hamas, secondo Feltri, ha costruito un meccanismo per «combattere la guerra che si gioca nelle nostre menti, scagliandoci contro i bambini per farci odiare Israele».
Due popoli, due visioni, nessuna soluzione
Nessuna ricetta in tasca, confessa Feltri, ma due certezze: «Quei bambini di Gaza vanno salvati. E Hamas va annientato, insieme all’antisemitismo che cresce come un’alluvione». La sintesi non c’è. E allora si affida a una speranza fragile: «Una speranziella, forse da idiota», riconosce.
Feltri osserva che lo stallo nasce da due visioni opposte e irriducibili: chi vuole annientare Israele e chi punta a cancellare la Palestina. E l’unica via d’uscita, secondo la crudele logica della teoria dei giochi, è che uno dei due popoli vinca senza prigionieri. Ma quale popolo deve prevalere? La risposta di Feltri è chiara: «Io sto con Israele. Ma se l’Occidente dovesse fare questa scelta, sarebbe l’ultima. Non sarebbe più Occidente».
Nelle parole finali, il giornalista si rifà a un passo del romanzo La famiglia Moskat di Isaac Bashevis Singer. Gli ebrei – dice un personaggio – «sono quelli che non dormono e non lasciano dormire», perché hanno una coscienza, e «sono loro ad averla iniettata nella nostra civiltà». La conclusione di Feltri è un appello: ci si salva solo insieme agli ebrei, «senza far soffrire alcun bambino, qualunque figlio di buona donna sia stato il padre».
