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Reddito di cittadinanza, clamoroso ritorno, la mossa della Schlein e di Conte per battere la Meloni

Sette regioni al voto e un fantasma che riemerge: il reddito di cittadinanza torna al centro del dibattito politico tra promesse, alleanze e polemiche accese.

Il ritorno inatteso della misura grillina

Nel pieno della campagna elettorale per le amministrative in Marche, Toscana, Campania, Puglia, Calabria, Veneto e Valle d’Aosta, il reddito di cittadinanza, dato ormai per archiviato, è tornato improvvisamente a far discutere. Strumento simbolo del primo governo Conte nel 2019 e parzialmente abolito dall’esecutivo Meloni all’inizio del 2024, aveva sostenuto negli anni 4,7 milioni di persone con una spesa complessiva di circa 36 miliardi di euro. A riesumarlo è stato il cosiddetto “Campo largo”, che unisce Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, intenzionati a rilanciare la misura in chiave regionale. La stessa segretaria Elly Schlein aveva già criticato con forza l’abolizione, affermando che “non si scherza sul futuro della povera gente”, sposando di fatto la linea pentastellata.

Le proposte regionali e le alleanze strategiche

Il “reddito di cittadinanza regionale” è già diventato argomento caldo in Calabria, dove il Movimento 5 Stelle schiera l’ex presidente Inps ed europarlamentare Pasquale Tridico, e in Toscana, con l’accordo siglato dal governatore Eugenio Giani e la vicepresidente grillina Paola Taverna, noto come “patto della Taverna”. Tridico punta a finanziare il progetto con i Fondi europei, così come già accaduto in altre realtà: in Puglia con il “reddito di dignità” voluto da Michele Emiliano e in Sardegna con il “reddito di inclusione regionale” rifinanziato dalla presidente Alessandra Todde. Al momento, tuttavia, i contorni economici in Toscana e altrove restano incerti, alimentando dubbi sulla reale sostenibilità delle misure.

I nodi irrisolti e le critiche

Nonostante l’impatto sociale, il reddito di cittadinanza è stato spesso al centro di polemiche per gli abusi e le truffe emerse negli anni. Più che le irregolarità, a preoccupare era il fallimento delle politiche attive del lavoro, mai realmente decollate. I dati parlano chiaro: in tre anni solo 484 persone hanno trovato un’occupazione sfruttando gli incentivi collegati alla misura. Per molti, il sussidio si è trasformato in un semplice sostegno alla povertà, senza stimolare l’inserimento lavorativo, anzi incentivando in alcuni casi il lavoro nero o la rinuncia a cercare un impiego. Il governo Meloni ha sostituito lo strumento con l’assegno di inclusione, rivolto a circa 850mila famiglie in difficoltà, ma la partita politica resta aperta: nelle urne il reddito potrebbe rivelarsi l’arma più divisiva e sorprendente di questa campagna elettorale.