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Alessia Pifferi scrive una lettera dal carcere: «Vorrei dare pugni e testate sulla lapide di mia figlia»

«Vorrei dare pugni e testate sulla lapide di mia figlia»: la struggente confessione di Alessia Pifferi dal carcere, dopo la riduzione della pena a 24 anni.

La lettera e la disperazione di Alessia Pifferi
«Se potessi andare a trovare al cimitero mia figlia Diana, esternerei tutto il dolore e la sofferenza che tengo dentro da quel maledetto giorno, gridando, dando pugni e testate sulla lapide di mia figlia». Così scrive Alessia Pifferi, condannata a 24 anni per la morte della figlia di appena 18 mesi. La donna, rinchiusa nel carcere di San Vittore, ha inviato una lettera alla madre Maria Assandri, parole dense di dolore e senso di colpa, rese pubbliche durante la trasmissione televisiva “Vita in Diretta”. Nella missiva, Pifferi non nasconde la disperazione e il rimorso per la tragica fine della piccola, lasciata sola per giorni nel luglio 2022 nella casa di via Parea a Milano.

Il messaggio alla madre e la frattura familiare
La lettera, affidata alla giornalista del programma, contiene un accorato appello alla madre e alla sorella Viviana. «Penso che l’odio e la sofferenza di mia sorella non siano più odio, ma una vendetta personale bruttissima – scrive Pifferi –. Voglio dire a mia madre che, nonostante tutto, le voglio bene. Mi piacerebbe poterla vedere, parlarle, scriverle e poterla riabbracciare». Secondo quanto riferito dall’avvocata Alessia Pontenani, l’imputata scrive spesso lettere che restano senza risposta e ha chiesto che questa venisse letta pubblicamente, come un gesto di pace verso la famiglia. «È profondamente turbata dalle parole della sorella dopo la sentenza, quando le ha detto che non deve più avere una vita né un futuro», ha spiegato la legale.

La sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano
Il 5 novembre 2025 la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha ridotto la pena per Alessia Pifferi, passando dall’ergastolo a 24 anni di reclusione. I giudici hanno confermato la piena capacità di intendere e di volere, ma hanno escluso la premeditazione. Alla fine dell’udienza, la madre Maria Assandri ha pronunciato solo poche parole: «Sono mamma. È mia figlia pure lei. Non me la sento di commentare». Sia lei che la figlia Viviana restano parte civile nel processo. «Dal nostro punto di vista, 24 anni sono pochi», ha dichiarato l’avvocato Emanuele De Mitri, legale della famiglia. «L’unica cosa che posso affermare è che la Corte ha riconosciuto che si tratta di omicidio volontario. Sarei stato più dispiaciuto se avesse derubricato o riconosciuto l’ipotesi colposa».
La tragedia di Diana, lasciata sola in casa per sei giorni mentre la madre si trovava a Bergamo dal compagno, resta una delle vicende più drammatiche degli ultimi anni in Italia, segnata da un dolore che nessuna sentenza potrà cancellare.