Italia & Dintorni

Dal palco di Dogliani Mentana apre il caso La7: “È diventata la tele-anti Meloni”

Enrico Mentana critica il modello di La7: troppa opposizione in tv, poco equilibrio e il rischio di diventare rete di governo.

Mentana critica La7 e parla di rete anti Meloni

Enrico Mentana sceglie il palco del Festival della Tv di Dogliani per dire apertamente ciò che da tempo circola nel dibattito politico e televisivo: La7, negli ultimi anni, avrebbe assunto un’identità sempre più orientata contro il governo in carica, fino a diventare una rete percepita come fortemente critica verso Giorgia Meloni e il centrodestra.
Intervistato dalla giornalista Mia Ceran durante la quindicesima edizione della manifestazione, il direttore del telegiornale di La7 ha affrontato il tema senza giri di parole, partendo da un dato politico e televisivo insieme. Secondo il suo ragionamento, la rete avrebbe costruito una programmazione capace di intercettare un pubblico preciso, molto sensibile alle posizioni dell’opposizione, ma meno aperta a una rappresentazione equilibrata delle diverse aree politiche.
Il punto sollevato da Mentana riguarda soprattutto i talk show serali. Nell’arco di un anno, ha osservato, figure centrali dell’opposizione come Elly Schlein e Giuseppe Conte sarebbero state ospitate circa un centinaio di volte ciascuna, mentre esponenti del centrodestra, come Guido Crosetto, avrebbero avuto uno spazio molto più ridotto.
Da qui la sua frase più netta: “Un elettore di centrodestra non può guardare i programmi di La7 sentendosi a casa”. Una valutazione che non riguarda soltanto la presenza numerica degli ospiti, ma la sensazione complessiva prodotta dalla linea editoriale della rete.

La7, il problema dell’equilibrio secondo Mentana

Nel ragionamento di Enrico Mentana, il tema non è la legittimità di una linea editoriale riconoscibile. Il problema è il rischio che il confronto televisivo smetta di essere un terreno comune e diventi un ambiente nel quale una parte politica si sente accolta, mentre l’altra appare costantemente sotto esame.
Il direttore del telegiornale di La7 lo ha spiegato con un’immagine molto chiara: “Non vedo più trasmissioni in cui tutti gli ospiti si sentono a casa: qui uno si sente a casa, l’altro in trasferta; uno in poltrona e l’altro sui carboni ardenti”. La frase fotografa la trasformazione di un modello televisivo che, secondo Mentana, avrebbe progressivamente ridotto lo spazio della pluralità percepita.
La sintesi più forte è arrivata quando il giornalista ha definito La7 una sorta di “tele-anti Meloni” e una nuova Rai 3. Il paragone, però, contiene anche una differenza sostanziale. In passato, nel sistema televisivo pubblico, la presenza di una rete più orientata a sinistra veniva bilanciata da altre reti con sensibilità differenti. Oggi, secondo questa lettura, quel contrappeso sarebbe molto meno evidente.
La questione diventa quindi più ampia della singola emittente. Riguarda il rapporto tra informazione, pubblico e appartenenza politica. Una televisione può scegliere un’identità precisa e ottenere ascolti importanti, ma il prezzo può essere la perdita di un terreno realmente condiviso tra elettori diversi.

Il rischio indicato da Mentana: La7 tv di governo con il centrosinistra

Il passaggio più politico dell’intervento di Enrico Mentana riguarda lo scenario futuro. Il giornalista ha posto una domanda implicita: cosa accadrebbe a La7 se il centrosinistra tornasse al governo? La risposta è contenuta in una sua frase destinata a far discutere: “Il rischio è che se dovesse vincere il centrosinistra, La7 diventi una tv di governo”.
È una riflessione che tocca il cuore dell’identità della rete. Se la forza di La7 deriva soprattutto dalla sua opposizione all’attuale maggioranza, un eventuale cambio di governo potrebbe trasformare quella stessa identità in un problema. Da presidio critico, la rete rischierebbe di apparire come una voce vicina al nuovo potere politico.
Mentana ha comunque riconosciuto i risultati ottenuti dall’editore Urbano Cairo e dal direttore di rete Andrea Salerno, capaci di costruire un prodotto televisivo forte e competitivo sul mercato. Ma ha anche preso le distanze dalla lettura di Cairo, secondo cui La7 sarebbe oggi più “addolcita” rispetto alla stagione di Michele Santoro e Gad Lerner.
“È vero, quando Cairo è arrivato c’erano Lerner e Santoro, ma c’erano anche altre voci”, ha ricordato Mentana. Ed è proprio questa, secondo il direttore, la differenza più rilevante: non l’intensità del confronto, ma la progressiva riduzione della varietà interna.
Il caso aperto da Mentana non riguarda soltanto La7, ma il modo in cui la televisione politica italiana sceglie di parlare ai propri spettatori. Da una parte c’è il successo di un’identità forte. Dall’altra c’è il rischio di trasformare l’informazione in un luogo dove una parte si riconosce e l’altra si sente sempre ospite sgradita.