Vittorio Feltri contro la maggioranza: “Questa non è la Meloni che conosco”

Vittorio Feltri attacca il ddl caccia 1552, definito “Sparatutto”, e critica la maggioranza sul rispetto della fauna.

Vittorio Feltri interviene con parole durissime contro il disegno di legge 1552 sulla caccia, soprannominato “Sparatutto”, arrivato nell’Aula del Senato per modificare la normativa che da oltre trent’anni disciplina l’attività venatoria e la tutela della fauna. Il giornalista contesta l’impianto del provvedimento, critica la definizione dei cacciatori come “bioregolatori” e chiama in causa la maggioranza, a partire da Lucio Malan, primo firmatario del testo insieme ai capigruppo del centrodestra.

Vittorio Feltri attacca il ddl caccia 1552

Nel suo intervento, Feltri parte proprio dal soprannome dato al provvedimento: “Lo chiamano ‘Sparatutto’, ma all’anagrafe fa disegno di legge 1552”. Una formula con cui il giornalista introduce la sua critica a una riforma che, a suo giudizio, rischia di cambiare in profondità l’equilibrio tra caccia e protezione degli animali.

Il punto più contestato riguarda l’idea di presentare i cacciatori come “bioregolatori”. Feltri respinge questa impostazione e la definisce “una parola che sa di convegno più che di verità”. Poi aggiunge: “Bioregolatore sarebbe il signore che imbraccia il fucile per diletto, esce all’alba e regola la natura facendo fuoco su una creatura che non gli ha fatto niente”.

La critica si concentra anche sulle possibili conseguenze pratiche della riforma. Secondo il giornalista, il testo aprirebbe la strada a “calendari più lunghi, più specie nel mirino, richiami vivi” e alla possibilità di sparare “anche sulle spiagge e dentro le aree protette, persino col visore notturno e il silenziatore”. Da qui la frase più netta: “A me pare semplicemente che si stia allargando il permesso di ammazzare per noia”.

La critica a Malan e alla maggioranza

Feltri non tratta il provvedimento come una semplice iniziativa parlamentare. Il motivo è la firma politica che accompagna il testo. La prima, ricorda il giornalista, è quella di Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, affiancata dai capigruppo della maggioranza.

“Quando firmano loro non è più una proposta, è una bandiera del governo”, scrive Feltri, collegando così il ddl a una scelta politica più ampia. Il passaggio più personale riguarda il giudizio sulla premier Giorgia Meloni: “E qui mi prende una malinconia che non so nascondere, perché questa non è la Meloni che conosco, quella che parla di nazione e di radici, di un popolo che si riconosce nelle cose belle”.

Nel suo ragionamento, il giornalista sposta il tema dalla tecnica legislativa al piano morale. “La guerra alle povere bestie, mossa senza alcun bisogno di mettersi a tavola, non è forza ma sopraffazione, e per giunta la più vile, perché si esercita su chi non può rispondere”, afferma.

Feltri richiama anche la posizione di Leone XIV, sostenendo che il Pontefice abbia fatto arrivare alla Lipu un messaggio sul peso sociale e morale della questione. “Perfino Leone XIV, che pure tiene la Chiesa fuori dalle leggi degli Stati, ha fatto sapere alla Lipu che siamo davanti a una questione di grande rilevanza sociale e morale, pregando perché i suoi legittimi desideri vengano esauditi. Quando prega il Papa, di solito conviene ascoltare”.

Il richiamo a Cechov contro la caccia

Nella parte finale del suo intervento, Feltri allarga il discorso alla letteratura e alla memoria culturale. Cita Paolo Isotta, Ortensio Zecchino, Gianni Brera, Omero, Rabelais, Anton Pavlovic Cechov e Ryszard Kapuscinski, costruendo un percorso che porta dal confronto politico alla condanna morale della caccia come gesto gratuito.

Il passaggio centrale è la lettera di Cechov riportata nel “Lapidarium” di Kapuscinski. Feltri la introduce come un testo capace di “spezzare la doppietta a qualsiasi cacciatore e lo costringe a pentirsi”. Poi riporta il brano: “In questi giorni è ospite da noi il pittore Levitan. Ieri sera siamo andati a caccia insieme. Ha sparato a una beccaccia, che è caduta in una pozza, con l’ala spezzata. L’ho sollevata: becco lungo, grandi occhi neri e un bellissimo piumaggio. Mi guarda stupita. Che farne? Levitan fa una smorfia, chiude gli occhi e supplica con voce tremante: Ti prego, caro, spaccale la testa con il calcio. Rispondo: Non posso. Levitan continua ad agitare nervosamente le spalle, scuote la testa, scongiura. Intanto, la beccaccia ci guarda con stupore. Sono costretto ad accontentare Levitan e a uccidere l’uccello. Adesso il mondo ha una deliziosa creatura in meno, e due imbecilli che rientrano a casa per mettersi a cena”.

Con questa citazione, Feltri chiude il suo attacco al ddl caccia 1552 trasformando il confronto parlamentare in una questione di sensibilità pubblica. Il punto politico resta il voto sul provvedimento, ma il cuore della sua critica riguarda il rapporto tra potere, animali e limite morale dell’attività venatoria.

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