Caos Pd, Schlein in difficoltà, Renzi e Bettini vogliono prendersi il centro
Senza un leader condiviso e con mille sigle in campo, il “campo largo” diventa un arcipelago confuso di ambizioni, nostalgie e guerre interne.
L’operazione moderati: Onorato, Tarquinio e Sala si muovono
Il centrosinistra naviga in acque torbide e affollate. A giugno 2025 si moltiplicano tentativi, progetti e suggestioni per costruire un’area moderata che riequilibri la marcata impronta progressista del cosiddetto “campo largo”. La diagnosi è brutale: “Non ci vota manco un moderato, andiamo a sbattere”, ammettono gli sherpa interni al cantiere.
Nel vuoto di leadership e nella debolezza della proposta politica, prende forma una rete di iniziative parallele: quella civica dell’assessore romano Alessandro Onorato, la “gamba pacifista” con nomi come Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire, Stefania Proietti, presidente della Regione Umbria, e Paolo Ciani, vicecapogruppo del Pd alla Camera.
Anche Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, torna in pista con un comitato dal nome evocativo: “Più Uno”. Peccato che il logo ricordi fin troppo quello della vecchia Margherita, facendo pensare a un déjà vu piuttosto che a un rilancio.
Sala e Bettini, ritorni e fantasmi del passato
Anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, rimette un piede in campo. Da tempo cerca una “terza via” nel centrosinistra, ma non ha mai trovato risposte entusiaste al Nazareno. Ora rilancia il progetto con spirito civico, ma anche lui incontra i soliti muri.
Dietro le quinte si muove Goffredo Bettini, eterno regista dell’area dem, e Matteo Renzi, che dopo le ultime elezioni ha incassato due punti a suo favore: la sconfitta in Liguria dove fu escluso dal tavolo e la vittoria a Genova con Silvia Salis candidata unitaria.
L’obiettivo è sempre lo stesso: una lista nazionale senza simboli, che valorizzi la parola magica “Centro”. Un contenitore che attragga gli scontenti del Pd, soprattutto quelli al terzo mandato e in cerca di una nuova casa. Ma l’ostacolo resta gigantesco: mancano identità, visione e un nome che unisca.
Il fantasma del federatore e la leadership di Schlein sotto attacco
In tutto questo, la segretaria Elly Schlein resta paradossalmente al centro e ai margini. Tutti aspettano il suo sì o il suo no, ma nel frattempo il progetto nasce come reazione alla sua debolezza strutturale.
Qualcuno, nei mesi scorsi, aveva sussurrato l’idea di un federatore in grado di contrastarla. Romano Prodi, per esempio, invocava una nuova figura alla Rutelli, capace di guidare il centro. Ma nessuno si è fatto avanti.
Dario Franceschini, invece, torna a teorizzare il modello Ds-Margherita, “divisi si vince”, mentre le sigle si moltiplicano e l’identità del centrosinistra continua a frammentarsi. I partiti bonsai nati in questi mesi sono tutti divisivi e sembrano incapaci di parlare a un elettorato moderato ormai disilluso.
Il nome del leader resta un mistero. E il tempo stringe. Riusciranno i nostri eroi a trovare un volto, una sigla e un’idea condivisa prima delle urne?