Pace a Gaza, Francesca Albanese infuria: “Il genocidio non è finito, cambia solo nome”
La relatrice Onu per i territori palestinesi accusa il piano Trump-Netanyahu: “I palestinesi esclusi”. Dopo gaffe e scontri pubblici, anche la sinistra prende le distanze.
Albanese contro il piano di pace: “I palestinesi sono stati cooptati”
Non si ferma la furia di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, che nelle ultime ore è tornata al centro del dibattito internazionale con dichiarazioni durissime sulla recente tregua tra Israele e Hamas. Dopo la firma dell’accordo e la liberazione degli ultimi ostaggi israeliani grazie al piano di Donald Trump, la giurista italiana, considerata per mesi una voce di riferimento del fronte pro-palestinese, ha espresso il suo totale scetticismo.
“Nel piano di pace proposto da Trump e Netanyahu ci sono troppi assenti – anzitutto i palestinesi, cooptati da tecnocrati”, ha dichiarato durante la Marcia per la pace di Assisi. Poi ha aggiunto parole che hanno subito scatenato nuove polemiche: “Porto il dolore di un popolo martoriato dalle bombe, e ora temo che la parola pace completerà ciò che il genocidio non è riuscito a fare.”
Un attacco frontale non solo al piano di pace firmato sotto la regia di Trump e Benjamin Netanyahu, ma anche a quella parte di mondo politico e mediatico che ha accolto l’accordo come una svolta storica.
Dalla gloria alla crisi: la sinistra la scarica
Solo pochi mesi fa Francesca Albanese era stata celebrata da gran parte della sinistra italiana come simbolo di impegno civile e voce coraggiosa contro l’occupazione israeliana. Oggi, dopo mesi di polemiche e scivoloni pubblici, la relatrice Onu appare sempre più isolata.
Le forze politiche progressiste che l’avevano sostenuta, dal Pd ad alcuni settori del Movimento 5 Stelle, sembrano ora prendere le distanze, anche alla luce delle recenti sconfitte elettorali e della reazione negativa dell’opinione pubblica.
Una parabola sorprendente, la sua: da icona della sinistra radicale a figura ingombrante, travolta dalle sue stesse dichiarazioni. Dopo aver difeso apertamente la “resistenza di Hamas” in più di un’occasione, la Albanese era già finita al centro di dure critiche internazionali, con accuse di parzialità e di scarsa imparzialità nel suo ruolo all’Onu.
Le gaffe e gli scontri pubblici: dal palco di Reggio Emilia alla diretta su La7
Negli ultimi mesi, la relatrice Onu ha collezionato diversi episodi che hanno minato la sua credibilità anche tra gli ex sostenitori. Indimenticabile lo scontro avvenuto a Reggio Emilia, quando, durante una cerimonia di premiazione, aveva reagito con stizza al sindaco che le aveva chiesto di ricordare anche gli ostaggi israeliani. “Però lo perdono”, aveva poi commentato, coprendosi platealmente il volto con le mani in segno di disapprovazione.
Pochi giorni dopo, un nuovo episodio aveva alimentato ulteriori polemiche: ospite della trasmissione “In Onda” su La7, la Albanese aveva abbandonato in diretta il collegamento quando il giornalista Francesco Giubilei aveva citato Liliana Segre per smentire la teoria del genocidio a Gaza. Quei secondi di gelo televisivo sono diventati virali e, secondo molti osservatori, hanno segnato il punto di non ritorno per la sua reputazione pubblica.
Oggi, anche tra le file della sinistra, cresce il malcontento nei suoi confronti. “Ha perso credibilità, anche sul piano istituzionale”, ammette in privato più di un esponente progressista. Eppure, Francesca Albanese non sembra intenzionata ad arretrare: continua a definirsi “la voce del popolo palestinese”, pronta a pagare il prezzo dell’isolamento pur di non rinnegare le proprie convinzioni.