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Il Covid può causare accumuli di placche dell’Alzheimer nel cervello e negli occhi: lo studio di Yale

Secondo uno studio della Yale University, l’infezione da SARS-CoV-2 può generare placche beta-amiloidi in retina e cervello, associate alla nebbia mentale e all’Alzheimer.

## Il collegamento tra Covid e placche beta-amiloidi

Un recente studio condotto dalla Yale School of Medicine, in collaborazione con il Massachusetts General Hospital e l’Endicott College, ha rivelato un potenziale legame tra l’infezione da coronavirus SARS-CoV-2 e la formazione di placche beta-amiloidi nel cervello e negli occhi. Queste placche sono notoriamente associate al morbo di Alzheimer, ma potrebbero anche spiegare l’insorgere della cosiddetta “nebbia mentale” nei pazienti affetti da Covid-19.

Il team, guidato dal professor Brian P. Hafler, ha analizzato tessuti retinici donati da pazienti Alzheimer e soggetti colpiti da Covid, scoprendo la presenza delle medesime placche neurodegenerative. L’attenzione è stata posta in particolare sulla retina, considerata parte del sistema nervoso centrale e dunque specchio fedele dello stato neurologico del cervello.

## Come agisce il virus nelle cellule retiniche

I ricercatori hanno identificato nella neuropilina-1 (NRP1) il recettore che permette al SARS-CoV-2 di penetrare nelle cellule oculari. Attraverso test su organoidi retinici – modelli 3D ottenuti da cellule staminali umane – si è osservato che l’esposizione alla proteina spike del virus provoca un accumulo di beta-amiloide, simile a quello riscontrato nel cervello di pazienti Alzheimer.

Secondo Hafler, questi risultati “rafforzano l’ipotesi antimicrobica” che considera le placche beta-amiloidi una forma di difesa immunitaria innata del cervello contro agenti infettivi. In altre parole, il cervello – in risposta a un’infezione – potrebbe produrre questi aggregati proteici per arginare il virus, ma col rischio di scatenare effetti collaterali devastanti, come il deterioramento cognitivo.

## Possibili sviluppi per la cura dell’Alzheimer e della nebbia mentale

Il passo più promettente dello studio è stata la reversibilità dell’accumulo di placche: i ricercatori sono riusciti a bloccarne la formazione nei tessuti retinici usando un inibitore della NRP1. Questo risultato apre la strada a nuove terapie farmacologiche, non solo per trattare i disturbi cognitivi post-Covid, ma anche per rallentare o prevenire il morbo di Alzheimer.

La ricerca – pubblicata sulla rivista Science Advances – è un punto di svolta nella comprensione della neuroinfiammazione virale e nel ruolo che virus come il SARS-CoV-2 possono avere nello sviluppo di patologie neurodegenerative.

## Un segnale d’allarme e una nuova speranza

Questi risultati gettano luce su uno dei sintomi più misteriosi e invalidanti della Covid-19, la “nebbia cerebrale”, suggerendo che essa potrebbe essere solo il primo passo verso condizioni neurologiche più gravi. Allo stesso tempo, la retina si conferma un utile biomarcatore per la diagnosi precoce di disturbi cerebrali, e lo studio rilancia la ricerca su terapie mirate ai recettori virali per combattere gli effetti a lungo termine dell’infezione.

Una nuova frontiera della medicina post-pandemica è stata ufficialmente aperta.