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Feltri: “Chi gioisce per un suicidio in carcere rinuncia all’umanità”

Il giornalista, Vittorio Feltri, interviene sul caso dell’uomo che si è tolto la vita in carcere dopo aver ucciso una ragazza, condannando ogni celebrazione della sua morte.

Feltri: «Non c’è nulla da festeggiare»

«Comprendo la rabbia che la vicenda suscita – scrive Vittorio Feltri –. Un uomo che ammazza una ragazza innocente scatena, giustamente, l’indignazione di qualunque cittadino dotato di coscienza morale. Tuttavia, questa reazione emotiva non può trasformarsi nella celebrazione di un suicidio». Secondo il giornalista, la morte di un detenuto dietro le sbarre non rappresenta una vittoria dello Stato ma «una sua sconfitta», perché il carcere, in base alla Costituzione, dovrebbe avere una funzione rieducativa e non quella di «spegnere l’anima» di chi vi è rinchiuso.

La funzione della pena e il fallimento del sistema

Feltri sottolinea che la prigione non dovrebbe essere «un macello in cui si lascia marcire e imputridire la carne umana», ma un luogo in cui il condannato, privato della libertà, sia messo nelle condizioni di comprendere il male commesso e l’impatto devastante delle proprie azioni su vittime, famiglie e collettività. «Se un uomo si uccide in cella – afferma – significa che quella cella non gli ha dato nemmeno una possibilità di risalire dal pozzo». Per Feltri, il suicidio di un reo è la prova che il sistema penitenziario non è riuscito a offrire un’alternativa, fallendo nella missione di stimolare un riscatto etico e morale.

Contro la “giustizia” dell’occhio per occhio

Il direttore editoriale di Libero respinge anche la logica di chi considera la morte di un detenuto come un’operazione di “fare spazio” nelle carceri: «Chi siamo noi per stabilire quando una vita vale e quando no?». Riguardo alla scelta di trasferire il detenuto da una cella di alta sorveglianza a una condivisa, Feltri non crede a una negligenza deliberata, ma ipotizza un tentativo – rivelatosi fallimentare – di ridurre l’isolamento e favorire la socializzazione. Conclude con un monito: «Festeggiare il suicidio di un detenuto, anche colpevole di atrocità, significa abdicare al senso di umanità. Qui non c’è nulla da festeggiare. Solo macerie: una giovane vita spezzata e, a distanza di pochi mesi, un’altra finita nel nulla. Quando la giustizia produce più morte che redenzione, non è giustizia: è solo un fallimento».