Trasfusione destinata a un’altra paziente e diagnosi tardiva: maxi risarcimento da 1,6 milioni per la morte di una 77enne
Errore nella trasfusione e diagnosi ritardata: la Corte d’Appello condanna la Asl Roma 5 a risarcire con 1,6 milioni gli eredi della 77enne morta nel 2011.
La trasfusione destinata a un’altra paziente
Una tragica vicenda sanitaria ha trovato la sua conclusione giudiziaria a Colleferro. Una donna di 77 anni, originaria di Artena, morì nel 2011 dopo una trasfusione sbagliata e una diagnosi tardiva. Ricoverata per quasi un mese, ricevette sangue non destinato a lei, bensì alla compagna di stanza, con un gruppo sanguigno diverso dal suo A Rh+. L’errore, compiuto da un infermiere, causò gravissime complicazioni al sistema immunitario della paziente.
A rendere ancora più grave la vicenda, nella cartella clinica non venne riportato l’errore, nonostante l’infermiere avesse redatto una relazione interna già il giorno successivo. Un’omissione che impedì ai medici del Policlinico Umberto I di Roma, dove la donna fu trasferita, di avere un quadro clinico completo.
Diagnosi in ritardo e condizioni in peggioramento
Oltre alla trasfusione sbagliata, i sanitari arrivarono con notevole ritardo alla diagnosi della sindrome di Guillain-Barré, una grave patologia autoimmune che colpisce il sistema nervoso periferico. La diagnosi fu formulata solo dopo 27 giorni di ricovero, quando le condizioni della donna erano ormai compromesse.
La paziente morì dopo il trasferimento al Policlinico Umberto I, senza che la famiglia fosse stata avvisata. I parenti scoprirono il trasferimento soltanto durante una visita, trovando il letto già riassettato.
La sentenza e il maxi risarcimento
La causa civile, avviata nel 2015 dagli eredi, si è conclusa con la condanna definitiva della Asl Roma 5, che non presenterà ulteriore ricorso dopo la sentenza della Corte d’Appello di Roma. L’azienda sanitaria dovrà versare circa 1,6 milioni di euro ai nove eredi: i sette figli della donna e due nipoti, cresciuti da lei dopo la morte della madre.
L’avvocato Renato Mattarelli, legale della famiglia, ha sottolineato: «Quello trasfusionale è un atto medico e invece quell’operazione fu fatta da un infermiere che già il giorno successivo aveva redatto una relazione sull’errore, quindi il primario e la direzione sanitaria dell’epoca erano presumibilmente a conoscenza di questo episodio. Invece nella cartella clinica della 77enne fu omesso e dunque non ne potevano essere a conoscenza i medici del Policlinico Umberto I di Roma».
Il legale ha inoltre evidenziato come la trasfusione errata sia stata scoperta casualmente da una figlia della paziente, mentre la documentazione interna sull’ammissione dell’infermiere emerse solo successivamente.
