Feltri tra Montanelli e Fallaci: “Giornalisti veri, non ne nascono più”
Nel suo nuovo libro “Chi non legge è perduto”, Feltri racconta le sue radici, l’amore per la letteratura, gli anni del giornalismo e gli incontri con Montanelli, Fallaci e Biagi.
Le origini di una passione e la forza della cultura familiare
L’amore di Vittorio Feltri per i libri nasce da lontano. “Lo devo a mio padre Angelo — racconta — aveva tantissimi volumi e leggeva moltissimo. Lo vedevo sempre con un libro in mano, così, da bambino, lo imitavo senza capire nulla”. La passione per la lettura si radica presto, anche grazie a zia Tina, sorella della madre, che gli insegnò a leggere e scrivere in casa: “Non volevo andare all’asilo, così lei si prese la briga di occuparsi di me”.
In “Chi non legge è perduto” (Mondadori), Feltri ripercorre la sua vita attraverso i grandi classici della letteratura, mescolando aneddoti, ricordi e riflessioni personali. “Forse il libro che mi ha emozionato di più è ‘La coscienza di Zeno’, perché contiene tutti i miei difetti, a cominciare dal fumo”, ammette.
Dai primi lavori al giornalismo: “Ho fatto di tutto prima di dirigere un giornale”
Nel salotto della sua casa di Milano, Feltri riceve con ironia e lucidità, ripercorrendo gli anni in cui ha diretto testate storiche come Il Giornale, L’Europeo, L’Indipendente e Libero. Ma prima di arrivare al giornalismo, la sua vita è stata fatta di lavori umili: “Facevo il commesso, il pianista nelle balere, il garzone del latte, ho persino pulito le scale e fatto il vetrinista. Quest’ultimo mestiere mi è servito per imparare a disegnare le prime pagine dei giornali”.
Il primo giornalista che ha ammirato è stato Indro Montanelli, di cui poi prese il posto alla direzione de Il Giornale: “Mi voleva bene e pranzavamo insieme in una trattoria toscana. Quando sollevava il fiasco di vino da terra per versarmi da bere mi ricordava mio nonno”. Con Enzo Biagi collaborò scrivendo testi per la televisione, mentre di Oriana Fallaci dice: “Era la più grande di tutti. Maniacale, geniale, una vera forza della natura. Ci siamo conosciuti al Corriere e siamo rimasti amici per anni”.
Gli anni delle direzioni e l’orgoglio delle scelte
Feltri racconta anche il suo arrivo a Il Giornale dopo Montanelli: “Non accettai subito, le prime offerte erano ridicole. Quando mi diressi verso l’ascensore, mi fermarono e accettarono la mia richiesta: mezzo miliardo di lire”. Poco dopo, Silvio Berlusconi gli riconobbe il merito di aver aumentato la tiratura da 110 a 250 mila copie: “Mi premiò con il 7% dell’azienda, compreso il palazzo di via Negri. Quella fu la mia fortuna”.
Tra i momenti più importanti della sua carriera cita il caso Enzo Tortora: “Mi convinsi della sua innocenza leggendo le carte del processo. Scoprii incongruenze che nessuno aveva notato”.
La letteratura, rifugio e specchio dell’anima
Feltri parla dei libri come di amici di lunga data. Da “Il piacere” di D’Annunzio, che paragona al piacere di scrivere e dirigere, a “Il deserto dei tartari” di Buzzati, che gli ricorda il servizio militare e la sua amicizia con Gianni Rivera, con cui giocò a calcio a Orvieto.
E racconta anche un curioso aneddoto giudiziario: “Ero stato querelato per aver usato la parola ‘pirla’. Mi presentai in tribunale con Montale e il suo ‘Diario del ’71’, dove c’è una poesia con quel titolo. Fui assolto”.
Sul futuro del giornalismo non ha dubbi: “L’intelligenza artificiale non lo ucciderà, ma lo renderà più stupido. Una redazione è come un’orchestra: se mancano i musicisti, il direttore non serve più a nulla”.
