Crepet lancia l’allarme sui ragazzi violenti: “La tempesta perfetta l’abbiamo creata noi adulti”
Paolo Crepet lega la violenza minorile a scuola, famiglia e tecnologia: dopo San Vito Lo Capo lancia un allarme durissimo.
Violenza minorile, Crepet punta il dito contro gli adulti
Dietro gli episodi di violenza minorile che coinvolgono ragazzi sempre più piccoli c’è una responsabilità che, secondo Paolo Crepet, riguarda prima di tutto il mondo degli adulti. Lo psichiatra e sociologo parte dal caso di San Vito Lo Capo, dove un dodicenne ha aggredito il proprio professore, per allargare il ragionamento a un fenomeno che, a suo giudizio, non può più essere liquidato come una sequenza di fatti isolati.
Il quadro tracciato da Crepet è netto. “Stiamo assistendo alla tempesta perfetta e l’abbiamo creata noi”, afferma, leggendo nella vicenda tutti “gli errori, le indolenze e le miopie della società e degli adulti nei confronti dei minori”. Per lo psichiatra, l’aggressione al docente non nasce dal nulla, ma da tre nodi che si intrecciano e che da anni vengono sottovalutati: scuola, famiglia e accesso alla tecnologia.
Secondo Crepet, questi tre fronti sono ormai diventati centrali e “su cui non possiamo più far finta di nulla”. La sua analisi non si ferma alla Sicilia. Richiama anche i fatti di Palermo e la facilità con cui, in diverse città italiane, ragazzi giovanissimi arrivano a muoversi armati, trasformando tensioni, rabbia e solitudine in comportamenti sempre più aggressivi.
Lo psichiatra ricorda di studiare la criminalità minorile da trent’anni e sostiene che il peggioramento sia evidente. La frase più dura fotografa il senso del suo allarme: “Siamo ad un punto di non ritorno”. Un avvertimento che sposta il discorso dalla singola aggressione a un problema educativo e sociale più profondo.
Genitori e responsabilità educativa, l’accusa più dura di Crepet
Il passaggio più severo dell’analisi di Paolo Crepet riguarda le famiglie. Secondo lo psichiatra, molti adulti avrebbero progressivamente rinunciato al proprio ruolo educativo, scegliendo scorciatoie che lasciano i ragazzi soli davanti alle proprie fragilità. “C’è una sorta di deresponsabilizzazione dal ruolo di genitori”, afferma.
Per Crepet, una parte dei genitori prova a essere amica dei figli, un’altra tende ad accontentarli per senso di colpa, mentre altri ancora, di fronte alla fatica quotidiana dell’educazione, finiscono per lasciarli “con in mano un telefono”. Il punto, nella sua lettura, è che crescere un figlio richiede presenza, limiti e continuità. Non può essere delegato a uno schermo, né sostituito da un controllo intermittente o da una disponibilità solo apparente.
La frase scelta dallo psichiatra è esplicita: educare “è sudore, sofferenza, perseveranza e responsabilità”. Quando questa presenza manca, possono maturare “disagio, solitudine e rabbia, le basi della violenza”. Nel caso del dodicenne di San Vito Lo Capo, Crepet vede diversi segnali ignorati o non colti in tempo.
Il ragazzo, ricorda, portava a scuola uno smartphone comprato dai genitori, gestiva “account social non controllati”, si era documentato di nascosto sulle stragi nelle scuole americane e aveva persino anticipato il gesto in rete, dipingendo caschi e magliette. Per lo psichiatra, tutto questo indica un disagio che avrebbe dovuto essere intercettato prima. Quel ragazzo, osserva, “stava chiedendo attenzioni, inconsapevolmente”.
Smartphone e scuola, la tecnologia secondo Crepet accelera il disagio
Il terzo fattore indicato da Paolo Crepet è l’accesso senza filtri alla tecnologia. Per lo psichiatra, dispositivi e contenuti digitali non sono l’origine unica della violenza, ma possono diventare un moltiplicatore potentissimo quando incontrano solitudine, fragilità e assenza di controllo adulto. Li definisce “peggio della benzina sul fuoco”, proprio perché la loro capacità di accelerare suggestioni ed emulazioni è difficile da governare.
Nel caso del dodicenne di San Vito Lo Capo, il telefono sarebbe diventato “strumento di emulazione”. Travolto da contenuti fuorvianti e non filtrati, il ragazzo avrebbe visto ogni passaggio accelerare “cento, mille volte”, fino a un gesto compiuto in modo quasi inconsapevole.
Il tema riguarda anche la scuola, chiamata a confrontarsi con comportamenti sempre più complessi e con studenti che arrivano in classe portando problemi maturati altrove. Il rischio, secondo Crepet, è continuare a guardare solo le statistiche ufficiali senza affrontare ciò che accade ogni giorno nelle aule, nei gruppi di ragazzi e nelle famiglie.
Alla domanda sul rischio di una strage sul modello “Columbine” anche in Italia, lo psichiatra risponde con una frase che suona come un monito: “Se continuiamo a basarci sulle statistiche sì, se cominciamo ad affrontare il problema, forse no. Le istituzioni snocciolano dati confortanti sulla sicurezza nelle aule, ma la realtà è ben altra che non si vuole vedere. Sembra quasi che si stia attendendo la strage per poi dire “ecco è successo, abbiamo un problema”. Il problema c’è già oggi e sarebbe saggio risolverlo prima, e sottolineo prima, di dover parlare di tragedie”.
