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Feltri inchioda chi fugge dai controlli: “Davanti all’alt della polizia ci si ferma, punto”

Vittorio Feltri interviene sulle fughe dai controlli dopo i casi di Foggia e Ostia: “Davanti all’alt della polizia ci si ferma”.

Fughe dai controlli, Vittorio Feltri denuncia il ribaltamento delle responsabilità

La morte di un ragazzo di sedici anni in provincia di Foggia e l’investimento di due ragazzine a Ostia riaprono il tema delle fughe davanti all’alt delle forze dell’ordine. Due episodi diversi, accomunati da un elemento che, secondo Vittorio Feltri, dovrebbe allarmare più della cronaca stessa: la sensazione che non fermarsi a un controllo venga ormai percepito da alcuni come una bravata, una prova di ribellione o una scorciatoia per sottrarsi alle regole.
Il punto centrale delle dichiarazioni di Feltri è netto. “Quello che colpisce di queste vicende non è soltanto la loro gravità. È la loro impressionante normalità”. Il riferimento è a una dinamica che si ripete con conseguenze sempre più gravi: qualcuno non si ferma, scappa, mette in pericolo chiunque incontri lungo la strada e, in alcuni casi, il bilancio diventa tragico.
In provincia di Foggia, un sedicenne ha perso la vita durante una fuga da un posto di controllo. Era a bordo di un’auto guidata da un altro minorenne. “Nessuno avrebbe dovuto trovarsi in quella situazione. Nessuno avrebbe dovuto essere alla guida. Nessuno avrebbe dovuto fuggire. Eppure è accaduto”, osserva Feltri, indicando nella scelta di ignorare l’alt il punto di partenza della tragedia.
Pochi giorni dopo, a Ostia, un’altra fuga si è trasformata in un pericolo per persone estranee ai fatti. Due ragazzine che si trovavano sul marciapiede sono state investite e hanno rischiato di pagare per l’irresponsabilità altrui. “La loro unica fortuna è stata quella di sopravvivere”, afferma Feltri, richiamando l’attenzione sulle vittime innocenti di comportamenti che non possono essere liquidati come errori o imprudenze.

Forze dell’ordine, l’alt non è un’opzione

Nel ragionamento di Vittorio Feltri, il problema non riguarda soltanto i singoli episodi, ma una più ampia insofferenza verso l’autorità. “Io vedo un filo rosso che lega questi episodi. Vedo una crescente insofferenza verso l’autorità, verso le regole, verso qualunque forma di limite. Vedo giovani e meno giovani convinti che fermarsi a un controllo sia un’opzione e non un obbligo”.
È qui che il discorso diventa politico e culturale. Per Feltri, le strade non possono trasformarsi in piste di fuga, né può passare l’idea che chi scappa da un controllo abbia sempre una giustificazione morale o sociale. La responsabilità primaria, sostiene, resta in capo a chi decide di non fermarsi.
Il riferimento alla morte di Ramy Elgaml a Milano entra in questo quadro. Secondo Feltri, dopo quel caso si sarebbe diffusa una narrazione pericolosa, nella quale il problema non sarebbe chi fugge, ma chi insegue; non chi viola la legge, ma chi tenta di farla rispettare. “È un ribaltamento morale che considero pericolosissimo”, dice.
La frase più netta arriva subito dopo: “Se un agente intima l’alt, il cittadino si ferma. Punto. Questa è la regola. Questa è la base della convivenza civile”. Per Feltri, mettere sotto accusa le forze dell’ordine per il solo fatto di aver tentato di fermare qualcuno rischia di produrre un messaggio devastante: chi fugge può sentirsi assolto in partenza, mentre la responsabilità viene spostata su chi indossa una divisa.
Naturalmente, precisa il ragionamento, ogni intervento deve rispettare procedure e proporzionalità. Ma questo non cambia il principio di fondo: davanti all’alt della polizia, dei carabinieri o di qualunque forza legittimata a svolgere un controllo, ci si ferma.

Pene più severe e una cultura diversa della legalità

Per Vittorio Feltri, la risposta non può limitarsi alla cronaca dei singoli casi. Servono pene certe e severe per chi fugge dai controlli, soprattutto quando dalla fuga derivano morti, feriti o danni gravissimi. La certezza della sanzione, però, non basta se non viene accompagnata da un cambio culturale.
“Dobbiamo smettere di raccontare la legalità come una forma di oppressione e l’autorità come un abuso. Lo Stato non è il nemico”. Il passaggio sintetizza la posizione di Feltri, che invita a distinguere tra il necessario controllo sulle procedure e la delegittimazione sistematica delle divise.
Il carabiniere, il poliziotto, l’agente che ferma un veicolo non rappresentano un ostacolo alla libertà del cittadino, ma l’esercizio concreto di una funzione pubblica. Per questo, secondo Feltri, il vero nodo è l’idea sempre più diffusa che le regole valgano per gli altri e possano essere aggirate quando diventano scomode.
“Il carabiniere non è il nemico. Il poliziotto non è il nemico. Il nemico è l’idea che le regole valgano sempre per gli altri”. È da questa convinzione, conclude il ragionamento, che nascono tragedie come quelle avvenute negli ultimi giorni. La legalità non può essere trattata come un’imposizione occasionale, né il rispetto dell’alt può dipendere dalla convenienza del momento. Quando una pattuglia ordina di fermarsi, fermarsi non è una scelta: è un dovere.