Daniele Capezzone denuncia disparità nella giustizia, difende Mario Roggero e attacca Ranucci, Lavitola e Giuseppe Conte.
Daniele Capezzone lancia un duro avvertimento sul clima che si starebbe diffondendo nel Paese dopo l’ingresso in carcere di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato definitivamente a 14 anni e nove mesi per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo durante l’assalto alla sua attività.
Secondo il giornalista, una parte degli italiani percepisce la vicenda come il simbolo di una giustizia incapace di distinguere adeguatamente tra chi commette un reato e chi reagisce dopo aver subito un’aggressione. Una sensazione che, nella lettura di Capezzone, si sommerebbe ad altri casi giudiziari e politici, fino a generare un sentimento di esasperazione.
«Forse non è chiaro, perché l’estate tende ad anestetizzarci, e un po’ tutti abbiamo una gran voglia di fare un bagno al mare o una passeggiata in montagna. Ma c’è una cosa che non passa: ed è l’umore non buono degli italiani quando hanno la sensazione di stare subendo un’ingiustizia, calcisticamente parlando direi un arbitraggio sleale e fazioso».
Capezzone sul caso Roggero: «Poteva essere ognuno di noi»
Il primo riferimento è proprio a Mario Roggero, entrato nel carcere di Bollate dopo che la condanna nei suoi confronti è diventata irrevocabile. La pena è legata ai fatti avvenuti il 28 aprile 2021, quando tre uomini assaltarono la gioielleria dell’imprenditore nel Cuneese.
La sentenza ha escluso la legittima difesa, ritenendo che gli spari fossero stati esplosi quando i rapinatori si trovavano ormai in fuga e il pericolo immediato era cessato. Una ricostruzione giudiziaria che non ha però fermato le iniziative politiche e popolari a sostegno del gioielliere, né le richieste di un provvedimento di grazia.
Capezzone invita a non soffermarsi soltanto sulle dichiarazioni dei partiti, sostenendo che la vicenda abbia prodotto una forte identificazione tra il condannato e molti cittadini.
«Cominciamo a sommare diverse cose: ieri è scattato l’arresto per Mario Roggero, e tutti lo vediamo e lo percepiamo come un nostro parente, come un papà o un nonno vittima di una clamorosa ingiustizia».
Il giornalista descrive un vero e proprio “effetto-specchio”, attraverso il quale il caso del gioielliere diventerebbe una paura personale: quella di subire prima una rapina e poi, dopo aver reagito, una condanna particolarmente pesante.
«Non perdete tempo con il balletto delle dichiarazioni politiche e concentratevi su voi stessi, su noi stessi: più guardiamo Roggero, più lo ascoltiamo, e più scatta un effetto-specchio, una sensazione di identificazione».
«“Roggero” poteva essere ognuno di noi, e ognuno di noi poteva diventare “Roggero”, nel doppio senso del rapinato prima e dell’aggredito dalla giustizia dopo».
Gli attacchi a Ranucci e il confronto con Lavitola e Adinolfi
Nel suo intervento, Capezzone allarga poi il ragionamento ad altre vicende, chiamando in causa il giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, e Walter Lavitola.
Le considerazioni espresse sui procedimenti e sulle posizioni delle persone menzionate rappresentano la valutazione politica e giornalistica di Capezzone. L’adozione di eventuali misure cautelari, infatti, dipende dall’esistenza di specifici presupposti previsti dalla legge e viene decisa dall’autorità giudiziaria sulla base degli atti disponibili.
«Dopo di che, cambiando versante, c’è un Sigfrido Ranucci che continua a imperversare e a straparlare, e un signor Lavitola che – nonostante forti sospetti di inquinamento delle prove e perfino un rischio di fuga all’estero – non è al momento oggetto di misure cautelari».
Capezzone precisa di mantenere una posizione garantista, ma giudica comunque singolare il confronto con la condizione attribuita a Mario Adinolfi, indicato come sottoposto agli arresti domiciliari e privato dell’uso del telefono.
«Qui, essendo garantisti, potremmo anche compiacercene, però la cosa è curiosa: Mario Adinolfi è rinchiuso ai domiciliari privato pure del telefono, mentre Lavitola si fa uno spaghettino alle vongole intrattenendo i giornalisti».
Il senso dell’accostamento è sostenere l’esistenza di una disparità percepita nel trattamento riservato a persone coinvolte in vicende differenti. Non si tratta di situazioni automaticamente sovrapponibili sul piano giuridico, ma Capezzone le utilizza per rappresentare quello che considera un crescente sentimento di sfiducia.
Commissione Covid, Capezzone avverte Conte: «La misura è colma»
L’ultima parte dell’intervento riguarda Giuseppe Conte e la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid. L’ex presidente del Consiglio dovrebbe essere ascoltato dalla Commissione per riferire sulle decisioni assunte durante la pandemia.
La presenza di Conte tra i componenti dell’organismo ha provocato uno scontro politico sulle modalità della sua audizione e sull’opportunità che lasci temporaneamente l’incarico prima di essere ascoltato.
Capezzone sostiene che l’audizione non dovrebbe svolgersi come un intervento informale, ma secondo modalità capaci di attribuire precise responsabilità alle dichiarazioni rese.
«Intanto Giuseppe Conte non si è ancora dimesso dalla Commissione Covid, dalla quale dovrà essere audito ad agosto, ma circola voce che l’audizione avverrà in forma “libera”».
Il giornalista chiede quindi che l’ex presidente del Consiglio venga ascoltato con una procedura formale, affinché sia chiamato a contribuire pienamente alla ricostruzione dei fatti legati alla gestione dell’emergenza sanitaria.
«Eh no signori: dovrebbe avvenire con modalità di testimonianza formale, con le conseguenti responsabilità penali in caso di mancato concorso alla ricostruzione della piena verità dei fatti».
