Alessandro Sallusti attacca il risarcimento imposto a Mario Roggero e denuncia una sproporzione che considera lontana dalla “giustizia giusta”.
Alessandro Sallusti interviene con parole durissime sul caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo dopo l’assalto alla sua attività. Al centro dell’editoriale del giornalista c’è soprattutto la richiesta di risarcimento superiore ai 700mila euro avanzata dai familiari dei due uomini uccisi, con il possibile pignoramento dei beni della famiglia dell’orefice.
Secondo Sallusti, la vicenda rappresenterebbe un ulteriore colpo per Roggero, entrato nel carcere milanese di Bollate dopo la condanna definitiva. Il giornalista utilizza volutamente un’immagine provocatoria, sostenendo che il gioielliere sarebbe stato “nuovamente rapinato”, questa volta non da uomini armati ma attraverso gli effetti economici della sentenza.
«Neanche il tempo di varcare la soglia del carcere milanese di Bollate che Mario Roggero è stato nuovamente rapinato», scrive Sallusti, riferendosi all’annuncio dell’avvocato dei parenti dei rapinatori, pronto ad avviare la procedura di pignoramento per ottenere le somme riconosciute dal tribunale.
Sallusti sul risarcimento a Mario Roggero
Il punto centrale dell’intervento riguarda l’entità dell’indennizzo. Sallusti definisce la cifra «enorme» e sostiene che sarebbe molto superiore a quelle normalmente riconosciute nei casi in cui a perdere la vita sia una persona aggredita e non chi ha preso parte a un’azione criminale.
«L’avvocato dei parenti dei rapinatori uccisi dal gioielliere ha infatti fatto sapere che sta per partire la richiesta di pignoramento per i beni della famiglia Roggero per un ammontare di oltre settecentomila euro come da indennizzo stabilito dal tribunale. Una cifra enorme, ben distante per eccesso da quelle che normalmente vengono riconosciute se la vittima non è l’aggressore ma l’aggredito».
Il giornalista descrive la situazione come una forma anomala di aggressione patrimoniale e parla di una «associazione mista privato-Stato», espressione con la quale contesta il risultato prodotto dall’azione dei familiari e dalle decisioni giudiziarie.
«La rapina in corso è di una strana fattispecie, quella di una “associazione mista privato-Stato” frutto di un accordo tra i parenti di due criminali e dei magistrati».
La critica non riguarda soltanto la somma, ma anche i criteri utilizzati per determinare il risarcimento. Sallusti osserva che, generalmente, nella quantificazione del danno vengono considerate anche le prospettive di reddito futuro della persona deceduta.
La provocazione sui guadagni dei rapinatori
È proprio su questo passaggio che l’editoriale assume i toni più sarcastici. Il giornalista ipotizza provocatoriamente che, per arrivare a un risarcimento così elevato, sia stato attribuito ai due rapinatori un consistente potenziale economico futuro.
«Per quello che ne so normalmente si calcola il danno alle famiglie soprattutto in base al mancato reddito che il defunto avrebbe potuto guadagnare nel corso della vita lavorativa, da qui il fatto che la morte di un impiegato economicamente vale meno di quella di un grande manager».
Subito dopo arriva l’affondo: «Evidentemente, dopo aver stabilito la loro abilità professionale, i magistrati hanno concluso che in carriera, colpo dopo colpo, i due rapinatori avrebbero potuto portare a casa quella montagna di soldi che ora sono sul groppone dell’orefice».
Sallusti ammette di utilizzare una semplificazione, ma sostiene che il caso evidenzi una realtà capace di suscitare forte preoccupazione. Il nodo, nella sua lettura, è stabilire fino a che punto chi subisce un danno durante la commissione di un reato possa vantare pretese economiche nei confronti della persona aggredita.
Nel suo intervento richiama anche una recente scelta normativa del governo Meloni, precisando però che la nuova disciplina non sarebbe applicabile retroattivamente al caso Roggero. Secondo quanto affermato dal giornalista, la norma escluderebbe il diritto al risarcimento per chi subisce un danno mentre sta compiendo un’attività criminale.
«Alcuni diritti si perdono scegliendo la via criminale»
Sallusti chiarisce di non voler negare i diritti fondamentali a chi commette un reato. Sostiene però che la scelta consapevole di intraprendere un’azione criminale debba comportare la perdita di alcune tutele, tra cui il diritto a ottenere un indennizzo per le conseguenze subite durante il reato.
«Chi sceglie la via criminale non è che perde i diritti fondamentali, questo è un principio che sta alla base della nostra civiltà. Ma alcuni diritti sì, e l’indennizzo per eventuali incidenti sul lavoro deve essere uno di questi».
L’espressione “incidenti sul lavoro” viene utilizzata in senso polemico per riferirsi ai rischi affrontati dai rapinatori durante l’assalto. Per Sallusti, non sarebbe accettabile che le conseguenze economiche di quella scelta ricadano interamente sulla persona che ha subito la rapina.
Il giornalista contesta anche la posizione dei familiari, sostenendo che la richiesta di risarcimento trasformerebbe il fallimento dell’azione criminale in una responsabilità economica dell’aggredito.
«Ovvio che le famiglie dei caduti nell’esercizio del dovere criminale non accettino questo banale concetto, non si pentono che uno di loro volutamente faceva del male a qualcuno per interesse economico bensì prendono atto che il congiunto non è riuscito a farlo bene per colpa di terzi e che quindi questi ne debbano rispondere in solido».
