Daniele Capezzone critica l’intervento del Quirinale sul caso Mario Roggero: «Se il Colle interviene molto, non può aspettarsi soltanto consenso».
Il caso Mario Roggero arriva al centro di un duro intervento di Daniele Capezzone, che contesta la posizione assunta dal Quirinale dopo l’avvio dell’istruttoria ministeriale sulla possibile concessione della grazia al gioielliere. Secondo il giornalista, la Presidenza della Repubblica, scegliendo da anni un ruolo pubblico particolarmente visibile, deve accettare non soltanto il consenso, ma anche le critiche e l’impopolarità.
Il riferimento è al confronto istituzionale nato dopo l’iniziativa del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Dal Colle è arrivato un richiamo alle competenze costituzionali: l’istruttoria può essere curata dal ministero, mentre la decisione finale sulla grazia spetta esclusivamente al capo dello Stato.
Per Capezzone, tuttavia, la questione non riguarda soltanto le procedure previste dalla Costituzione. Il nodo è anche politico e riguarda la distanza che, a suo giudizio, si sarebbe creata tra la posizione del Quirinale e la sensibilità di una parte consistente dell’opinione pubblica sul destino di Roggero.
Capezzone sul caso Roggero: «Il Quirinale è lontano da molti cittadini»
Nel suo intervento, Daniele Capezzone parte dalle regole della comunicazione politica contemporanea, descritta attraverso il concetto di “likecrazia”. Chi sceglie di esporsi pubblicamente, sostiene, non può pretendere di ricevere soltanto approvazione.
«Nella politica turbomediatizzata che da anni definisco “likecrazia”, esistono alcune regole, alcune tendenze, alcune costanti a cui è impossibile sottrarsi. Se una figura politica, istituzionale, mediatica sceglie di stare sotto i riflettori, è fatalmente esposta alle carezze del consenso e alle asprezze del dissenso, alla gran consolazione dell’applauso e all’amarezza dei fischi».
Secondo il giornalista, non sarebbe possibile scegliere soltanto la parte favorevole della visibilità pubblica, respingendo le conseguenze più scomode.
«È tecnicamente impossibile ottenere una cosa e sottrarsi all’altra, assicurarsi la parte buona e respingere la parte costosa. Con questa evidenza oggettiva deve misurarsi anche la Presidenza della Repubblica».
Il ragionamento viene quindi applicato direttamente al caso Roggero. Capezzone sostiene che la posizione del Colle sia percepita come distante da numerosi cittadini che chiedono un atto di clemenza per il gioielliere.
«Sta accadendo in modo evidente con il caso Roggero: e stavolta la posizione del Quirinale appare notevolmente impopolare, o per lo meno decisamente lontana dalla sensibilità di moltissimi cittadini».
L’accusa sul protagonismo dei presidenti della Repubblica
Per spiegare la propria tesi, Capezzone ricostruisce l’evoluzione del ruolo assunto dai presidenti della Repubblica negli ultimi decenni. Il giornalista individua una svolta già nella parte conclusiva del mandato di Francesco Cossiga, proseguita con Oscar Luigi Scalfaro e diventata ancora più evidente durante la presidenza di Giorgio Napolitano.
Secondo la sua analisi, da oltre trent’anni si sarebbe affermata una lettura sempre più interventista delle funzioni del capo dello Stato, con frequenti dichiarazioni pubbliche e prese di posizione capaci di incidere sul confronto politico.
«Dall’ultimo biennio del settennato Cossiga all’intero settennato Scalfaro, con l’eccezione parziale Ciampi, e invece con il ritorno all’estrema evidenza pubblica del Quirinale con Giorgio Napolitano e fino ai giorni nostri, possiamo dire che da oltre trent’anni sia prevalsa un’interpretazione interventista del ruolo del Capo dello Stato».
Capezzone parla di «un notevole protagonismo nelle esternazioni», alcune delle quali avrebbero assunto, a suo giudizio, un contenuto fortemente politico. Per rappresentare l’estensione dei poteri presidenziali utilizza l’immagine della fisarmonica, tradizionalmente impiegata per descrivere un ruolo che può allargarsi oppure restringersi in base alle diverse fasi istituzionali.
«La fisarmonica, com’è noto, è uno strumento musicale che si allarga e si comprime, ed è un’immagine classicamente usata dai costituzionalisti proprio per chiarire come il ruolo del Presidente possa farsi a momenti più discreto e a momenti più visibile. Ecco, da trent’anni la fisarmonica quirinalizia non si comprime quasi mai».
«Se il Colle interviene molto, non può esserci solo consenso»
La conclusione di Capezzone è rivolta direttamente al rapporto tra il Quirinale e l’opinione pubblica. Più il presidente della Repubblica interviene su questioni politiche e istituzionali, maggiore sarebbe la possibilità che le sue posizioni vengano contestate.
Il giornalista osserva che le parole e le decisioni del capo dello Stato vengono generalmente accompagnate da grande cautela da parte dei mezzi d’informazione. Questo atteggiamento, tuttavia, non potrebbe impedire la nascita di critiche quando le decisioni assunte risultano lontane dall’orientamento di una parte del Paese.
«Nonostante tutte le cautele che i media usano, nonostante tutti gli omaggi, e non di rado gli eccessi di zelo retorico, che accompagnano il racconto delle parole e delle azioni di qualsiasi Presidente, anche lui, anche il Capo dello Stato è fatalmente esposto a consensi e dissensi, ai like e al loro contrario».
