Pd nel caos, “Così affondiamo tutti”: la rivolta dei riformisti contro Schlein
Tre mesi di silenzio dopo il disastro referendario. La linea Schlein è nel mirino. E l’area riformista chiede una svolta prima delle Regionali
Bonaccini defilato, Gori e Picierno all’attacco: “Troppo silenzio, troppe ambiguità”
Dopo il naufragio del referendum sul Jobs Act, il Partito Democratico ha imboccato una fase di stallo. Da allora sono passati tre mesi senza una Direzione nazionale, senza dibattito interno e senza una presa di responsabilità da parte della segretaria Elly Schlein. Il partito resta congelato, mentre le tensioni crescono, in particolare tra i riformisti, sempre più marginali nella nuova geografia del Nazareno.
All’interno di Energia Popolare, l’area che riunisce le anime più moderate del partito, si fanno i conti con una leadership sempre più distante. In una recente riunione riservata, martedì sera, è emersa una frattura netta: da un lato chi preferisce restare in silenzio, dall’altro chi è pronto a rompere.
Stefano Bonaccini, per anni figura di riferimento, è sempre più in ombra. A prendere spazio sono Pina Picierno e Giorgio Gori, che spingono per una linea più netta: denunciano l’assenza di una posizione sull’esito referendario e criticano l’eccessivo avvicinamento del Pd al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, con divergenze crescenti su temi come la guerra in Ucraina e le politiche di difesa.
Schlein sotto accusa: “Festa dell’Unità blindata. Il Pd ha paura dei territori”
Non è passata inosservata nemmeno la scelta simbolica di concentrare la Festa dell’Unità a Reggio Emilia, storica roccaforte emiliana e terreno sicuro per la segretaria. Un segnale che molti riformisti leggono come un ulteriore passo verso la chiusura del partito nei propri recinti ideologici, evitando il confronto con realtà difficili come la Toscana, dove la ricandidatura di Eugenio Giani è mal digerita da Schlein.
Nel frattempo, l’attenzione è rivolta alle Regionali, e in particolare al caso più delicato: quello delle Marche, dove il candidato Matteo Ricci è finito al centro di un’indagine. Se Conte dovesse ritirargli il sostegno, la candidatura potrebbe crollare, minando il progetto di Schlein di conquistare quattro regioni su cinque. Un’operazione che rischia di trasformarsi in un boomerang, soprattutto se non accompagnata da una gestione unitaria del partito.
Autunno decisivo: tra scissione silenziosa e leadership logorata
All’interno del Pd nessuno pronuncia apertamente la parola scissione. Ma il malcontento si diffonde. La gestione della segretaria viene definita da alcuni parlamentari “leninista”, con un partito sempre più accentrato e un dibattito sempre più rarefatto. Il disagio non è solo politico, ma anche di metodo.
L’assenza di una reazione pubblica dopo la disfatta referendaria è, per molti, un fatto senza precedenti nella storia del centrosinistra. E l’autunno rischia di diventare il momento della verità: o il partito si ricompatta, oppure si andrà incontro a una frattura profonda tra l’anima movimentista e quella riformista.
Il “campo largo”, se resta immobile, potrebbe trasformarsi in un campo minato. E per Elly Schlein, settembre non sarà la fine dei lividi, ma forse solo l’inizio.
